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Mercoledì 23 Agosto 2017

 

LE LETTURE

Il libro, "Tra palco e realtà" è il canzoniere integrale di Ligabue, raccolto qui per la prima volta. Con uno scritto di Vincenzo Cerami. In appendice nota biografica, discografia completa, bibliografia e altro. A cura di Vincenzo Mollica e Valentina Pattavina. Il Dvd è l'antologia live, da esecuzioni e apparizioni televisive, delle canzoni più amate di Ligabue, da "Certe notti" a "Urlando contro il cielo". Con alcune rare esecuzioni acustiche, tra cui "Una vita da mediano" e "L'amore conta", e un ritratto-intervista di Vincenzo Mollica.
Per Luciano Ligabue le canzoni non sono poesie in musica. Sono canzoni, un'altra cosa. A maggior ragione, le poesie non sono canzoni senza musica. Sono - questo sí - un altro modo di raccontare storie ed emozioni. Oueste poesie segnano un esordio ma, in qualche modo, anche un ritorno al Ligabue delle origini, il Ligabue dei primi album e dei racconti di Fuori e dentro il borgo più che del romanzo "La neve se ne frega", il Ligabue che riscopre il gusto di raccontare persone e personaggi. C'è il padre morente, il figlio che cresce, ma anche la strana insegnante di educazione fisica, e l'antipatico Marzio, c'è "B", che "è tornato, è morto, ma si era sbagliato", c'è la bambina scappata di casa tanto tempo fa. Non solo storie. Una raccolta che alterna analogie e rimandi a improvvisi "intervalli". Poesie che non hanno una morale -ci mancherebbe - ma che non hanno paura ad affermare che nella vita occorre "accettare meraviglia" ed essere, sempre e comunque, come "un paio di farfalle dure a morire". Testi che riconoscono nei maestri della poesia americana del Novecento un punto di riferimento, dai quali Ligabue - come ogni allievo che si rispetti - si allontana subito. Perché la sua voce, anche nelle poesie, è inconfondibilmente e solo sua.

Ligabue si racconta a Riccardo Bertoncelli

Questa è l'edizione riveduta ed aggiornata di "Una Vita da Mediano, uno dei più celebri libri rock degli ultimi anni. La storia di Luciano Ligabue come non era mai stata raccontata prima; un lungo spartito a due voci con un'appassonata narrazione fuori campo che si alterna alle parole del protagonita e va dai Sogni di Rock&roll di un timido ragazzo di provincia all'enorme successo e ai giorni nostri, a Campovolo e a Nome e Cognome.

Questo è un libro speciale, per tanti motivi. Uno dei più importanti è che non ho fatto molta fatica a scriverlo, e non parlo del tempo passato (quello non è stato poco). Voglio dire che non mi sono angustiato, non ho dovuto scalare gli specchi, mi sono perfino divertito tanti erano gli spunti che fiorivano spontanei, dalla storia del rock soprattutto, mentre spulciavoi ritagli in archivio e sbobinavo i nastri registrati quando il progetto è cominciato - sono una bella pila, stanno in una scatola colorata che ogni tanto mi guarda da un angolo della casa e mi ricorda quanto tempo è passato, e quanto quella pianticella è diventata grande. Sette anni ormai.
Ho avuto anche delle belle soddisfazioni. Ragazzi appassionati che ogni tanto mi fermano e mi fanno capire diavermi letto, offrendo e chiedendo complicità, e anche alcune lettere straordinariamente simili scritte però da persone diverse, in momenti diversi, con uan medesima idea di fondo: "grazie per avere capito il mio Ligabue". Gli appassionati di solito sono possessivi, mi piace questa idea che per una volta abbiano spartito il loro eroe con qualcun altro. Voglio pensare che sia accaduto perchè il Ligabue che ho raccontato non era così chiuso, definito, claustrofobico ma aperto, universale. Come il ragazzo uomo che ho conosciuto in questi anni; solare, pieno di energia, con qualche ombra tra le pieghe che mette ancora più in risalto il colore.
Così ho deciso di riprendere le mie pagine datate 1999 e di spostare qualcosa, altro eliminare e soprattutto scrivere sei capitoli nuovi. Mi sono portato avanti per tempo, in tutti questi anni ho mantenutoi i contatti con Luciano, e due-tre volte l'anno sono andato a trovarlo per un punto periodico della situazione. Il mio vecchio scaramantico Panasonic mini cassette non lo ha mai perso di vista anche se lui ha mantenuto un ritmo indiavolato: due album in studio, un live triplo, un libro, un film e 150 concerti nei sei anni da quando era uscita la prima edizione di questo volume. Qui c'è tutto, compreso qualche progetto smarrito per stradao al riparo nei cassetti. Si dica quel che si vuole ma nonche questo aggiornamento è immotivato; il Liga è uno che fa, tiene un passo da anni '60, non da giorni nostri, e le biografie con lui invecchiano presto.
Non dimenticherò qualche critica, e a una in particolare voglio ribattere: "c'è poco fango e troppo zucchero". Non mi sembra proprio, il tasso glicemico è nella norma e la mia lingua non è mai stata fra quelle "allenate a battere i tamburi", per diral come De Andrè. Quanto al fango, mi piace riprendere quanto scrivevo nella nota alla prima edizione: "Molte cose le ho lasciate fuori apposta. Ho lasciato fuori pettegolezzi, malignità, aspetti intimi, scandalismi, le salse Tex Mex che ormai non piacciono più solo ai tabloid ma anche ai quotidiani seri. L'ho fatto per uno stile mio e per rispetto di una persona che ha sempre voluto tenere ben distinta la sua vita privata da quella pubblica. Poi magari qualcuno dirà che c'è poco gusto, ma il cuoco ha deciso così".
Poi magari, aggiungo, salterà fuori un giorno un Albert Goldman sborrone che si metterà sulle tracce della "dark side " di Ligabue facendosi carico di tutto il possibile fango e liquami. Faccia pure, a me non interessa, punto. E poi questa è una storia particolare. Più che una biografia convenzionale, è una conversazione fra realtà e fantasia dove siamo in pochissimi: io, Ligabue e quel suo doppio sfuggente che parla delle sue opere. Solo noi quasi sempre, il resto è sullo sfondo.
Per scaramanzia e affetto ho deciso di non scrivere una nuova "intro" ma di lasciare quella vecchia, anche se Radiofreccia non è più dietro l'angolo ma è storia ormai. Per gli stessi motivi chiudo questa nota come la prima volta, facendomi prestare le parole di Fernanda Pivano. Così introduco il nostro soggetto e mando anche un bacio alla Nanda, che non fa mai male. "Sembra la reincarnzione di un Indiano d'America, con quei riccioli neri spettinati e quegli occhi ribaldi, gli stivaletti ricamati, i calzoni sgualciti, le magliette nere, due cerechietti d'oro nello stesso orecchio, al collo amuleti della Giamaica, della Thailandia, dei Thuareg, anelli Opi o orientali trovati nei mercatini: è Luciano Ligabue, detto il Liga, con il suo solare, maliardo sorriso mediterraneo...".
Al momemnto non è presente nessuna recensione
Massimo Cotto conversa con Luciano Ligabue dopo “il giorno dei giorni”, il concerto evento del 10 settembre 2005 a Reggio Emilia. Il cantante continua a raccontare di sé, di un uomo che dopo quindici anni urla ancora contro il cielo le proprie emozioni (sperando che ci sia qualcuno ad ascoltare). Quindici anni di palchi mani grida. Quindici anni senza mai perdere le parole. Un lungo viaggio che parte sottovoce, da quella parte di Emilia emarginata, fino ad arrivare agli sterminati cieli dell’America del rock’n’roll. Un viaggio passato attraverso la canzone d’autore, il cinema, con Radiofreccia e DaZeroaDieci e la letteratura (è autore di Fuori e dentro il Borgo e di La neve se ne frega). Un viaggio dove il legame con la propria terra è sempre presente e vivo.

Ascoltami bene, Massimo: se avessimo trovato, in questi primi cinquant’anni di vita, una definizione completa di rock, vorrebbe dire che avremmo fregato noi il rock e non il contrario. Il rock ci strega perché non si lascia catturare. È un’entità viva e spudorata, che ti scivola dalle mani perché solo così può entrarti sottopelle. Spiegarlo è esercizio inutile, raccontarlo è mestiere tuo e dei tuoi colleghi giornalisti, viverlo è privilegio di chi sa abbandonarsi senza troppe domande. È quando se ne frega che il rock è davvero rock, quando continua a coltivare il seme dell’incoscienza e non accetta di farsi ingabbiare dalle parole e dall’inquadrabilità.

La vita non è perfetta, le vite dei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti. Nei film sai sempre come va a finire, nella vita non lo sai mai". Con questa frase, un po' delirante ma in fondo vera, si apre RadioFreccia, film d'esordio del cantante Luciano Ligabue. Prodotto dalla coraggiosa Fandango di Domenico Procacci in collaborazione con la Medusa Film e sceneggiato dallo stesso Ligabue insieme ad Antonio Leotti, RadioFreccia trae spunto da alcuni dei racconti che il cantante ha raccolto nel libro-diario "Fuori e dentro il borgo", uscito nel '97, e racconta la storia di una "radio libera", Radio Raptus, cui si legano strettamente le vicende personali dei suoi fondatori, cinque ragazzi della provincia emiliana: Bruno (Luciano Federico), Tito (Enrico Salimbeni), Boris (Roberto Zibetti), Iena (Alessio Modica) e Ivan, leader del gruppo, detto Freccia (Stefano Accorsi) "per via di una voglia a forma di punta di freccia sulla guancia destra".
Ambientato negli anni '70, quando gli effetti della rivoluzione sessuale si cominciavano a far sentire anche in provincia, si diffondeva tra i giovani la curiosità nei confronti dell'eroina e bastava un trasmettitore da 5 watt, un vecchio giradischi, un mixerino ed un microfono per far sentire la propria voce in FM, RadioFreccia fotografa con sentimento e levità il momento in cui i cinque amici si apprestano a varcare l'immaginaria linea d'ombra che li separa dal mondo degli adulti. Il compito di raccontare questo importante passaggio Ligabue lo affida a Bruno (un convincente Luciano Federico), alla sua voce, alla sua radio, quella radio che, dopo aver raccolto per diciotto anni le risate, le stupidaggini e gli sfoghi dei componenti del gruppo, chiude i battenti.

Il regista si serve di questo espediente narrativo non solo per toccare una realtà affascinante e per lo più sconosciuta ai giovani di oggi, quella delle "radio libere", ma anche per rievocare la realtà della provincia emiliana di quell'epoca. Ecco così recuperati da un passato non troppo lontano i luoghi, le consuetudini e i curiosi personaggi della Correggio degli anni '70. Ecco ricostruito il Bar Laika, vero cuore del borgo, col suo barista-confessore (un efficace Francesco Guccini). Ecco rievocati i riti delle nozze all'emiliana in una divertente scena di abbuffata forzata dei nostri ad opera di un cameriere dispotico (un esilarante Vito). Ed ecco Bonanza (Manuel Maggioli), la cui esagerata passione per il cinema ha proiettato in un mondo parallelo fatto di duelli e praterie, Kingo (Davide Tavernelli), balordo sosia di Elvis, Pluto (Ottorino Ferrari), il cui passatempo è raccogliere con un registratore le testimonianze di defunti famosi, e Virus (Fulvio Farnetti), sempre pronto a mettersi alla prova in sfide bislacche.
Tutto ciò è raccontato con passione, partecipazione e poesia dal neoregista Ligabue e con efficacia dagli attori, tutti bravissimi e perfettamente calzanti ai loro ruoli. Più che appropriato il commento musicale del film, realizzato dallo stesso Ligabue, cui si uniscono un paio di brani inediti del cantante e una selezione delle canzoni più "passate" dalle radio libere dell'epoca, selezione che è costata in diritti alla produzione del film ben 600 milioni ma che annovera alcuni dei più bei brani di quegli anni, fatta eccezione per quelli degli "Stones", perché troppo cari. Tanto per citarne alcuni: "Rebel Rebel" di David Bowie, "Vicious" di Lou Reed, "Long Train Running" dei Doobie Brothers. Il risultato è un film giovane, fresco, popolare ma poetico perché genuino, semplice ma profondo perché tocca temi sociali importanti... Insomma un film vivo e vibrante, capace di far ridere e di far sognare ma con un suo spazio per la riflessione.
Un mondo al contrario in cui si nasce già vecchi e la vita consiste nel ringiovanire a poco a poco fino a diventare bambini ed incoscienti. Un mondo in cui non c’è posto per l’imprevisto: tutto è programmato, nessun cambiamento, nessun incidente di percorso, nessuno può morire prima che sia giunta la sua ora. È questo lo scenario del nuovo libro di Luciano Ligabue, il primo romanzo del musicista di Correggio che si è già cimentato nella scrittura con un’antologia di racconti intitolata Fuori e dentro il borgo. Il romanzo è ambientato in un futuro fantascientifico, ma nelle intenzioni dell’autore non nasce come un libro di genere bensì come una storia dedicata a valori senza tempo: l’amore, la vita, il desiderio di procreazione. Sullo sfondo il futuro è l’essenza di una realtà perfetta, e dunque immaginaria, in cui le condizioni di vita sono create in vista di un’unica esigenza: la felicità. I due protagonisti, DiFo e Natura incarnano alla perfezione il Piano Vidor, artefice del sistema in vigore sul pianeta Terra dal 2095. Sono una coppia senza difetti unita artificialmente dalla “nascita”, da settantanove anni lui, da ottantuno lei: innamorati, hanno entrambi un lavoro che li soddisfa, una casa comoda e tecnologica, un mezzo di trasporto a motore e uno aereo, godono di una salute perfetta e frequentano amici affettuosi. La loro esistenza trascorre nell’accettazione di ciò che è stato loro assegnato; persino la dieta alimentare, l’abbigliamento, le opere d’arte e i film visti sull’olovisore domestico sono stabiliti dal programma centrale, una sorta di Grande Fratello orwelliano, che tramite microcamere piazzate ovunque controlla ogni momento, anche i più intimi, della vita di ogni individuo. Questo sistema perfetto, ideato appositamente per esiliare l’incertezza, il dolore, la difficoltà, nasconde però una falla: un’imprevedibile rivalsa della natura e del sentimento fa sì che i due scoprano di essere in grado di procreare. La supina accettazione viene vinta da una sorta di nostalgia biologica che minaccia l’ordine prestabilito...
La neve se ne frega è una riuscita creazione fantastica, che trae vigore da un’ambientazione originale e immaginaria, ma soprattutto dai valori profondamente reali e senza tempo che celebra. Il sentimento d’amore e il desiderio di perpetuare la vita sono i motori di una storia appassionante e non priva di tensione e mistero, che stimola fino all’ultimo la curiosità dei lettori. È infine una dichiarazione d’amore nei confronti di un mondo e di un’umanità non certo perfetta, ma autentica e vibrante di sentimento, divisa tra successi e sconfitte, serenità e preoccupazioni, gioie e dolori.
"Fuori e dentro il borgo" è il primo libro scritto da Luciano Ligabue, uscito nelle librerie italiane a ridosso del successo ottenuto con "Buon compleanno Elvis", ma soprattutto con il doppio cd live "Su e giù da un palco"... si tratta di una raccolta di 43 racconti scritti dal cantante romagnolo in momenti e circostanze diverse... tanto da poterne trovare alcuni che narrano storie bizzarre, legati in qualche modo al buonumore... altri più riflessivi, maggiormente meditativi su problemi e momenti particolari deI Liga ma non solo. Il filo conduttore di tutte le storie raccontate da Ligabue è il borgo, il luogo dove il cantante ha coltivato le prime aspirazioni, dove è cresciuto e al quale è rimasto inevitabilmente legato... la scrittura è quella del racconto popolare, della "storia orale", mentre i protagonisti sono personaggi che riescono in un modo o nell'altro a costruirsi da se il proprio mito, indipendentemente dal fatto che siano compagni di bevute, ragazzi del borgo oppure grandi registi o cantanti!
Emerge la consapevolezza di Luciano che forse senza tutti i personaggi apparentemente "privi di significato", bizzarri ma non necessariamente importanti... probabilmente anche lui stesso ora sarebbe diverso; ed è per questo che il racconto sfuma nel diario e il diario, quando il cantante è lontano dal borgo, ritorna facilmente nel racconto... in un alternarsi di storie "minime" ed altre "tragiche", come l'omicidio del padre di Tito, che stuprava la figlia; la brutta fine di Freccia; quel che è successo alla Cianciulli; il ricordo dello scrittore più famoso del borgo, morto tre piani sopra la casa dell'allora piccolo Luciano. Concludo con una citazione dalla presentazione del libro: 
"Perchè questo è il borgo: racconto e memoria, memoria e racconto, e per questo il cantante sa cosa lo aspetta quando vi torna. Se stesso, lo aspetta. Se stesso, e le strade, la gente, perfino le cose, che lo guardano e lo interrogano non meno delle persone, e i "42 sassi" che gli appartengono di diritto, secondo il rigoroso calcolo fatto da Mandrake e Valvoline in un lungo, noioso pomeriggio invernale".