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Mercoledì 23 Agosto 2017

 

FILMOGRAFIA

Se ve lo chiedessero adesso, che voto dareste alla vostra vita, da zero a dieci? Nessuna sorpresa, tanto ogni giorno, da quando si nasce, in qualsiasi situazione ci si trovi c'è sempre qualcuno che ci valuta e soppesa le nostre azioni. E se non c'è nessuno a farlo, allora ci pensiamo noi. E' questa la premessa dell'ultimo film di Luciano Ligabue, "Da Zero a Dieci" appunto.
Quattro uomini che si avviano verso i quaranta un bel giorno decidono di fermare il tempo e tornare indietro di vent'anni, a quel fine settimana a Rimini lasciato improvvisamente a metà. A far loro compagnia, le quattro ragazze che avevano conosciuto in riviera, anzi tre, visto che una ha deciso di non venire, lasciando il posto alla fidanzata di una delle altre. Sì, perché il gruppo ? animato da una ricca varietà di personaggi: oltre alla coppia lesbica, c'è il medico gay, l'inconcludente maniaco sessuale che millanta "dimensioni" da record, il dializzato vulcanico organizzatore di compleanni, un paio di sposati con prole e una nottambula divorziata e sopravvissuta al cancro.
Obiettivo di quest'operazione d'amarcord fare tutto quello che non hanno realizzato in quel lontano week-end. Ogni sogno, ambizione, rivelazione e stupidaggine deve essere tirata fuori, per non avere più rammarichi, nostalgie e rimpianti e per guardare rinnovati al futuro. Ma non tutto del passato può essere superato e dimenticato, almeno non per ognuno di loro. Soprattutto il motivo per cui nel 1980 dovettero interrompere il loro week-end...
Il "Liga" torna dietro la macchina da presa e lo fa sotto il segno del blues. Questa musica e la sua storia, i suoi ritmi lenti, le melodie struggenti, i colori scuri e cupi (di una Rimini vissuta di notte), la sua malinconia ed essenzialità danno forma al film. Che ha anche momenti gioiosi e giocosi, come la divertente parentesi musical di "Libera uscita", che con "Questa è la mia vita" rappresenta il contributo diretto del rocker emiliano alla pellicola, ma sono sprazzi. I personaggi, soprattutto quelli maschili, sono ragazzi costretti a crescere improvvisamente e drammaticamente, non appartengono alla generazione dei "Peter Pan". La vita li ha segnati, lasciando loro addosso ferite che ora si rimarginano ora si riaprono irreparabilmente.
"Da Zero a Dieci" si presenta come un film fatto d'episodi e piccole scene, un po' sfilacciato a causa di una storia-guida debole. E quel che accade non è sempre originale, certe scene sono già viste e prevedibili. Il montaggio è discontinuo e ricorre misteriosamente a soluzioni differenti per marcare passaggi temporali o sottolineare alcuni dettagli.
La sceneggiatura rivela chiaramente la paternità di Ligabue, di quell'acuto sguardo capace di afferrare la verità della sua provincia e dell'abilità di esprimerla con un gesto o una parola. Fatti interpretare ad un gruppo d'attori quasi mai visti, che fanno una buona prova corale senza che alcuno, come invece aveva fatto l'Accorsi di "Radiofreccia", si faccia notare più degli altri.
Le tappe verso "Da Zero a Dieci"

Aveva detto basta. Dopo il primo e fortunatissimo film e un grande album seguito da un'altrettanto trionfale tournee, Luciano Ligabue aveva deciso di prendersi un po' di meritato riposo. Si era parlato addirittura di due anni, per ricaricare le batterie e tornare più grintoso e carico che mai. Ma, si sa, all'ispirazione non si comanda ed ecco che il rocker si vede piombare letteralmente addosso una nuova storia: "proprio quando non ci pensavo, né tanto meno la stavo cercando, è arrivata".
Per quel poco che è stato reso noto è il racconto di quattro uomini e altrettante donne tra i 35 e i 40 anni che, a distanza di vent'anni dal primo incontro, si ritrovano a Rimini per portare a termine un fine settimana interrotto.
Appena avuta l'idea, Ligabue si mette in contatto con il suo produttore, quel Domenico Procacci che aveva avuto la vista lunga, quando era riuscito a convincere il Liga a dirigere la sua prima pellicola. "Radiofreccia" non solo fece ottimi incassi, ma valse al regista numerosi e prestigiosi premi, come il David di Donatello o il Nastro d'Argento come miglior esordiente.
Fin dal primo incontro il lavoro è continuato velocemente, quasi con frenesia, attraverso le stesura della sceneggiatura (definita da Procacci "sincera, onesta, fatta di pancia") fino alle dieci settimane di riprese. Tra giugno e agosto Ligabue si è trasferito da Correggio, suo paese natale e ambientazione del primo film, a Rimini e Riccione, dove ha via via dato vita e spessore ai nuovi personaggi, sotto l'occhio curioso di Internet.
E' stato infatti lo stesso cantante a volere fortemente che un sito raccontasse giorno per giorno l'evoluzione del film. www.dazeroadieci.com  è stato quotidianamente arricchito di fotografie e curiosità e di pagine del diario di lavorazione.
Adesso, ancora la rete diventa protagonista dell'informazione sul film: Ligabue e il suo staff hanno scelto Italia OnLine per presentare in anteprima assoluta il trailer di "Dazeroadieci" e un video del backstage.
Buona visione! 
La storia e i personaggi

Dopo tanto cinema dei trentenni per i trentenni, nel quale peraltro Domenico Procacci è maestro, avendo prodotto "L'Ultimo Bacio" di Muccino, il nuovo film di Ligabue apre un nuovo capitolo generazionale.
Sarà la curiosità, saranno i suoi "splendidi quarant'anni", ma i protagonisti marciano tutti verso gli "anta".
Quattro uomini a Rimini ritrovano quattro coetanee conosciute vent'anni prima. In realtà, si tratta di un vero e proprio incontro tra sconosciuti, visto che gli otto si erano frequentati solo per pochi giorni e i vent'anni successivi li hanno profondamente cambiati.
Nessuna voglia di bilanci, però, né di capire come sono ora, di elencare le delusioni. L'unica cosa che conta è terminare un fine settimana lasciato a metà e arrivare a "guardare in faccia" il vero motivo per cui quel week-end fu interrotto.
Questa sospensione del tempo rappresenta per loro il ritorno ad un'età più aperta, libera e spensierata, la possibilità di ritrovare una "intensità" maggiore e l'occasione per farsi notare da tutta la riviera. Per vedere come va a finire, vivendo intensamente e al limite, gioiosamente e "fisicamente" quei giorni cruciali.
Accanto ai personaggi in carne e ossa, i luoghi si fanno protagonisti attivi della vicenda. Rimini e Riccione, città simbolo del divertimento, della follia collettiva estiva, della frenetica corsa verso lo sballo e l'intrattenimento, assurgono ad un ruolo chiave per questa compagnia di "quasi quarantenni ringiovaniti". 
I protagonisti

La scelta degli attori che avrebbero dato un corpo, un volto e una voce ai protagonisti del film è stata lunga e laboriosa. Ligabue, infatti, non voleva ricorrere alla squadra di "Radiofreccia": la storia è troppo diversa, le età distanti, le corde da toccare differenti da quelle. Senza contare che nel frattempo Stefano Accorsi è diventato l'attore più ricercato dal cinema italiano.
Dopo prolungati e faticosi casting è venuto fuori un gruppo di attori promettenti, anche se poco famosi. L'unico nome che abbia raggiunto una certa notorietà è quello di Elisabetta Cavallotti, già vista nel ruolo della scandalosa e coraggiosa pornostar di "Guardami" di Davide Ferrario, recentemente impegnata sul set dello sperimentale "Hotel" di Mike Figgis. Le altre ragazze sono Fabrizia Sacchi, vista in "Preferisco il rumore del mare" di Mimmo Calopresti e "Tandem" di Lucio Pellegrini; Barbara Lerici, che ha spesso recitato a teatro per la regia di Carmelo Bene e al cinema con Dario Argento e Guido Chiesa ("Il partigiano Johnny"); la laureanda in Lettere Stefania Rivi ("A domani" di Gianni Zanasi).
I ragazzi sono Massimo Bellinzoni, già diretto da Pupi Avati e Lina Wertmuller; Pierfrancesco Favino, il Marco de "L'Ultimo Bacio"; Stefano Pesce, visto recitare in "Facciamo paradiso" di Monicelli e "Almoust Blue" di Alex Infascelli; Stefano Venturi, anche lui nel cast dell'ultimo film di Mimmo Calopresti.

Presentato l'ultima sera della "Mostra del Cinema di Venezia" nel mese di Settembre 1998 "Radiofreccia" segna il debutto dietro la macchina da presa di Luciano Ligabue.
Iscritto fuori concorso, inizialmente, non riceve i favori della critica, che riscontra nella qualità globale del film diverse pecche ed un'interpretazione appena sufficiente.
Un mese più tardi, precisamente il 16 Ottobre 1998, "Radiofreccia" esce nelle sale cinematografiche di tutta Italia.
Le file al botteghino hanno però clamorosamente dato ragione a Ligabue, cancellando di fatto parecchie critiche, alcune delle quali, piuttosto gratuite.
In poco più di 3 mesi "Radiofreccia" incassa oltre 7 miliardi ai botteghini di tutta Italia, diventando così il settimo film nella classifica degli incassi delle produzioni italiane nel 1998.
Ligabue ottiene grazie a "Radiofreccia" tre Nastri d'Argento (Miglior regista esordiente, miglior colonna sonora, miglior canzone) e due David di Donatello (Miglior regista esordiente e miglior colonna sonora).
La storia è raccontata all'indietro; partendo dal 1993, anno in cui una radio privata della provincia emiliana chiude per sempre le sue trasmissioni, un minuto prima di diventare maggiorenne.
Nata 18 anni prima come Radio Raptus, la piccola emittente cambia nome in onore di Ivan, detto Freccia (Stefano Accorsi) dalla forma di una voglia su una tempia. Il flashback completo ripercorre la storia dell'amicizia di un gruppo di ragazzi con Freccia, cioè con il più spaccone e strafottente, il più libero, il più coraggioso e leale del borgo. E l'ammirazione è il sentimento che ispira l'amicizia di Bruno, Tito, Iena e Boris.
L'ambiente è quello della provincia degli anni '70, anni cruciali in cui la realtà rurale secolare cedeva definitivamente il passo alla modernizzazione.
Anni in cui bastava un trasmettitore da pochi watt per aprire una radio "libera", anni in cui si cominciavano a sentire gli effetti della "rivoluzione sessuale" anche in provincia, ma anche gli anni dell'eroina, della droga come fenomeno di massa.
Così è Bruno che, a dispetto dello scetticismo generale, apre Radio Raptus, ossia una soffitta, un piccolo trasmettitore, un giradischi con i suoi dischi, e la sua voce dentro.
E la radio diviene la seconda casa di tutti e cinque, al punto che Freccia, in seguito ad una lite furiosa con l'arrogante compagno della madre, abbandona la casa natale e si trasferisce nella soffitta di Bruno.
Poi c'è il bar, il "Bar Laika", la loro prima casa, retaggio eterno della vita di paese.
E dentro il bar c'è Adolfo (Francesco Guccini), cioè il barista, il cinquantenne con la battuta avvelenata, uno che non guarda in faccia nessuno, che se fai una cazzata te lo dice senza troppi complimenti, ma anche uno che ti sa capire, che non giudica, che è meglio di un padre, meglio di una madre, soprattutto se sei Freccia.
Cosi la vita scorre , con i ragazzi che fanno gli operai (solo Bruno è ancora studente), girano la provincia in cerca del segnale di Radio Raptus e vanno in discoteca il sabato sera.
Ed è proprio in discoteca che Freccia fa un incontro che cambierà per sempre la sua vita: conosce una ragazza di città, una tossica.
Con lei comincia a farsi.
Con lei percorre il doloroso percorso di ogni tossico. Un percorso che porta all'isolamento.
Ma non alla fine.
Con dolore e fatica, Freccia torna alla vita ed agli amici, alla radio ed al bar.
E poi arriva anche Cristina e l'amore. Che all'inizio è così bello da non sembrare neppure vero.
Che poi invece diventa veleno perché lei ti lascia e te ricominci a farti, e ti fai così tanto che ti trovano morto in un fosso.
E rimane solo Bruno davanti al microfono della vostra radio a ricordarti, te e gli altri, perché questa radio da allora si chiama Radiofreccia e perché chiude proprio oggi che compie 18 anni.
Ed è un giorno come un altro dell'anno 1993.
Il film è girato a Correggio, il paese del neoregista, e dintorni; Ligabue ci racconta un periodo di transizione epocale, che introduce trasformazioni nel costume (la rivoluzione sessuale), rivoluzioni nella comunicazione (con 5 watt una piccola emittente poteva coprire un raggio abbastanza ampio e fare già opinione), flagelli sociale come la diffusione della droga, circondata di tabù e disinformazione.
Con la collaborazione alla regia di Antonello Grimaldi, il cantante è riuscito a raccontare tutto questo in una maniera piana e fluida, senza fronzoli, né particolari cadute di gusto. dirigendo bene il giovane cast di attori che compongono il gruppo di amici, inframmezzando il racconto di titoli fantasiosi in stile naif e alternando al realismo qualche elemento surreale (la comparsa dell'ippopotamo).
Ligabue dimostra una notevole sensibilità nella descrizione caratteriale dei personaggi, in quella che cioè viene definita "introspezione psicologica": è soprattutto in questa fase che Ligabue è stata una piacevole sorpresa nel panorama cinematografico italiano.
Particolarmente toccante il discorso che fa Freccia una notte alla radio e che risulta essere un efficacissimo "spot contro la droga".
Da segnalare anche il particolare impegno messo nella scelta della colonna sonora, con scelte musicali non soltanto d'atmosfera, ma che servono a definire gusti e caratteri dei personaggi: da David Bowie ai Weather Report, da Lou Reed a Iggy Pop, oltre agli inediti del cantante stesso, quali "Ho perso le parole", "Metti in circolo il tuo amore" e "Siamo in onda".
Ligabue sostiene di voler essere il regista di un solo film, però, comparando "Radiofreccia" con la maggioranza dei debutti italiani, c'è da augurarsi che cambi idea.